Il Grande Alessandrino

Il Grande Alessandrino

Il Grande Alessandrino o Parrocchetto Alessandrino (Psittacula Eupatria), è la specie di taglia maggiore del genere Psittacula, molto simile al più famoso Parrocchetto dal Collare (Psittacula Krameri), si presenta, tuttavia, molto più grande e massiccio di quest’ultimo. In natura occupa ogni tipo di foresta e si può notare addirittura nei parchi urbani, è diffuso in un ampio areale in Asia che comprende l’India, Celyon, il Laos, la Cambogia, il Vietnam, fino alla Thailandia e ad alcune zone dell’Afghanistan. La storia narra che il primo ad importarlo in Europa fu Alessandro Magno, dal quale ha ereditato il nome. Caratterizzato da forma selvatica, con una coda molto sottile e lunga, i maschi raggiungono, e a volte superano tranquillamente i 60 cm di lunghezza. Il dimorfismo sessuale è molto evidente in questa specie, come, d’altronde in tutti gli altri appartenenti al genere Psittacula. Negli adulti, il maschio presenta una livrea molto più accesa e lucente della femmina: la testa è verde brillante, e più in basso, verso le guance sfuma in un azzurro pallido, l’iride è bianca. Da sotto il becco color rosso scarlatto, parte un collare nero molto vistoso, che si ricongiunge verso la nuca con una banda altrettanto appariscente di color rosa acceso. Il resto del piumaggio è verde come la testa, meno acceso, soprattutto nelle parti interne, più vivo, invece, sulle ali, macchiate al centro di rosso scuro. La coda si presenta con le due timoniere centrali, molto più lunghe delle altre, sfumate di azzurro, mentre nella parte interna appare giallognola, le zampe sono grigio chiaro. Come dicevo, la femmina presenta tonalità più tenui ed opache, appare quasi “sbiadita”, e sfoggia un piumaggio di un verde uniforme “pastello”, con la macchia rosso scuro sulle ali più ridotta, becco ugualmente rosso, iride bianca, ma più esile e di taglia ridotta rispetto al maschio, il che le dona un aspetto più aggraziato. Oltre alla semplice descrizione estetica c’è da aggiungere che la specie comprende altre 4 sottospecie in aggiunta a quella di riferimento (Eupatria eupatria): Avensis, Magnirostris, Nipalensis e Siamensis. Le differenze tra le sottospecie sono molto difficili da cogliere, soprattutto se ci si può basare su sole descrizioni, senza avere davanti gli esemplari in questione. Acquistai in novembre, da un amico, la mia coppia di Alessandrini, importati, di provenienza selvatica, fondità, dei quali 50 cm a cielo aperto per favorire il bagno tanto gradito nelle giornate piovose, cpresumibilmente di sottospecie Magnirostris, per la possenza del loro becco (soprattutto del maschio). Alloggiai la coppia in una voliera schermata dalle correnti d’aria di 1m x 1m di altezza e larghezza, x 2 m di proon due posatoi in castagno, molto robusti, posti uno davanti, dove passavo ogni giorno a servire acqua e cibo, l’altro in prossimità del nido, in posizione più tranquilla. La voliera è stata costruita con fondo in rete zincata elettrosaldata con maglia da 2 x 2 cm, e sollevata da terra per evitare contatti con le feci ed eventuali contaminazioni da funghi, micosi, o vermi. Il nido che ho messo a disposizione è stato realizzato artigianalmente con legno multistrato da 2 cm, costruito a sviluppo verticale di altezza 60cm e di base 30 x 30 cm, circondato all’esterno da robusta rete zincata elettrosaldata e riempito all’interno di circa 3 cm di truciolato grossolano. Il nido è apribile dall’alto per le pulizie stagionali, e da dietro, attraverso una comoda finestrella d’ispezione, per controllare le uova, prima, e il regolare accrescimento dei pulcini, poi.
Come alimentazione, ho offerto ai miei pappagalli, rigorosamente ogni giorno, un misto di semi per colombi, prima ammollati e poi bolliti (50%), una piccola parte di un misto di semi secchi molto calorici (5%), estrusi per granivori (45%), in più, frutta e verdura fresca tagliata a dadi (mele, pere, banane, melograno, zucchine, carote, peperoni, cicorione, spinaci ecc..) oltre a queste vivande, ovviamente acqua fresca, cambiata almeno una volta al giorno in recipienti puliti, e saltuariamente del grit marino, oppure osso di seppia per le riserve di calcio. Durante il periodo di allevamento dei piccoli, un aiuto può essere rappresentato dall’aggiunta di un morbido pastone all’uovo, ogni tanto, possiamo offrire in quantità limitate anche noci, nocciole e mandorle tutte sgusciate e molto gradite ai nostri amici, ancor più raramente tarme della farina, sempre se accettate. Personalmente ritengo inutile qualsiasi integrazione di vitamine se si adotta un tale regime alimentare, gia di per se sano e completo. Ho mantenuto così la mia coppia tenendola quanto più possibile lontano da schiamazzi e rumori che potessero disturbarla. Verso la fine di Gennaio, notai, la prima e tanto attesa ispezione del nido da parte del maschio, che intanto aveva cominciato ad allargare il foro d’entrata grazie al potente becco. Nei giorni successivi il numero delle entrate/uscite continuò, e presto, il premuroso maschio, permise anche alla femmina di entrare, dapprima solo di giorno, in seguito anche la notte. Notando tali preparativi cominciai a controllare il nido quotidianamente, fino a quando, nei primi giorni di Febbraio non vidi più la femmina fuori dal nido. In uno di quei giorni, con pazienza, attesi che uscisse per mangiare e notai con gran soddisfazione che aveva deposto un bell’uovo tondeggiante e bianco. Si ripetè a giorni alterni, fino a deporre 4 uova, covandole continuamente. Durante questo periodo, il maschio, annoiatissimo causa la cova della femmina, passava le giornate mangiando nervosamente e urlando il suo caratteristico fischio acuto verso la voliera adiacente dove alloggiava una coppia di Ara Nobilis (Diopsittaca Nobilis) che lo provocavano ripetutamente con i loro tipici schiamazzi dispettosi. Dopo 28 giorni esatti, come riportato in letteratura, il primo uovo si schiuse e nacque il primo pullus, dopo due giorni, come un orologio arrivò il secondo, e dopo altri due anche il terzo. Il quarto uovo deposto non si rivelò fecondo, ma lo lasciai ugualmente nel nido per offrire un buon punto d’appoggio ai pulli che crescevano molto velocemente. Inanellai i tre piccoli con anelli in acciaio di 8mm di diametro al 12° giorno, e personalmente ritengo che sia il penultimo, se non l’ultimo giorno utile per un corretto inanellamento: aspettando oltre si rischia di provocare lesioni, fratture o inutili sofferenze alle zampette del piccolo, ormai troppo grandi. Arrivati rispettivamente a 24, 22 e 20 giorni, dopo una lunga riflessione decisi di allevare a mano i tre piccoli, molto ben alimentati dalla mamma, che ogni volta mi costringeva a lunghe attese prima di lasciarmi controllare il loro stato di salute. Ormai già con gli occhi aperti, nudi e dal becco arancione li tolsi dal nido e li misi in una camera calda alla temperatura di 30°, alimentandoli ben quattro volte al giorno (ogni 8 ore) con un preparato per l’allevamento a mano di qualità, facilmente reperibile in commercio. Durante il loro svezzamento, saltuariamente, aggiungevo alla pappa in piccole quantità, omogeneizzati per bambini alla mela, e calcio liquido. Tolti dalla camera calda e arrivati a circa 2 mesi e 15 giorni cominciarono ad assaggiare i primi cibi che avevo messo nella loro gabbia: del pastoncino all’uovo, estrusi, e misto colombi bollito. In poco tempo mangiavano completamente da soli e mantenuti nello stesso gabbione, si dimostravano giocherelloni, confidenti, curiosi ed affabili non solo con me , ma anche con gli altri componenti della mia famiglia. Dovendo, per ovvie ragioni, cederli, il primo andò in una famiglia come pet, mentre gli altri due decisi di farli sessare chirurgicamente dal mio veterinario di fiducia, il Dott. Pelicella Fabio, visto che ormai essendo rimasti fino a luglio insieme, erano regrediti in uno stato semiselvatico simile a quello dei loro genitori. Si rivelarono due maschi, e col senno di poi capii che anche il primo era maschio, vista la forma e le dimensioni del becco e della testa che ricordavo anche più imponenti degli altri due.
Fortunatamente proprio in quel periodo nacquero ad un mio amico proprio quattro femmine, due delle quali, le accoppiammo con i miei due maschi avendo così due splendide giovani coppie di Alessandrini nate in cattività e non consanguinee. In definitiva ritengo che il carattere del Grande Alessandrino allevato a mano, sia notevolmente diverso da quello di altri gruppi di pappagalli come sudamericani (Ara, Amazzoni, Caicchi, Pionus, Conuri) o africani (Cenerini e Poicephalus), infatti, i pappagalli appartenenti a questi gruppi, benché molto diversi tra loro, tendono a rimanere molto confidenti se allevati a mano, anche se dopo lo svezzamento vengono fatti convivere con i loro simili.
Gli appartenenti del genere Psittacula, invece, se non vengono isolati e non vedono persone nei primissimi mesi successivi allo svezzamento, tendono a tornare selvatici. Al contrario, se teniamo in casa e dedichiamo le nostre attenzioni ad una Psittacula in svezzamento o appena svezzata, rimarrà un buonissimo animale da compagnia, dolce, divertente, e , a detta di molti, anche un ottimo parlatore.
Per concludere, il Grande Alessandrino è un delizioso parrocchetto, purtroppo da molti “snobbato” per la tonalità verde, comune a tanti pappagalli e per il suo costo relativamente basso a causa delle grosse importazioni che lo hanno introdotto in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni.
Come ultimi consigli, inviterei tutti coloro che volessero iniziare ad allevare questa specie ad acquistare, se possibile, animali nati in cattività, in quanto maggiormente sani e robusti di quelli di importazione, inoltre consiglierei di lasciare sempre qualche piccolo alle cure dei genitori fino allo svezzamento, come farò anch’io da quest’ anno, in modo da conservare anche in cattività nuove generazioni di pappagalli riproduttori.

Fonte: Durigon.S.

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Autore dell'articolo: Mondo Inseparabili

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